Ilaria Bernardini | Faremo foresta

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La storia incantevole di due donne che hanno superato la paura e il dolore coltivando insieme una foresta urbana. Una ricetta universale per quando la vita si sente sterile. Un racconto botanico sulla vicinanza e la cura.
Anna sta piangendo la fine del suo amore – lei e il papà di Nico si stanno lasciando – quando incontra per caso Maria. Mentre chiacchierano, Maria comincia a stare male, molto male. Anna chiama i soccorsi, più tardi si scoprirà che ha avuto un aneurisma. Trascorreranno insieme una lunga estate di convalescenza, ma come si fa a reimparare a vivere dopo aver capito quanto vicina è la fine? Attorno alle due donne solo siccità e paura, persino le piante sul terrazzo della casa di Anna sono tutte mezze morte. Finché cominciano a occuparsene insieme e mentre le piante crescono rigogliose, le due iniziano a conoscersi, a prendersi cura l’una della solitudine dell’altra, e, proprio come il terrazzo, anche questa storia si trasforma in una foresta, così gioiosa e selvaggia da contenere le vicende di tutta l’eccentrica famiglia di Anna, così estesa da arrivare fino a Londra, dove vive il suo nuovo amore. Ilaria Bernardini ha attinto a una vicenda privata – la malattia, la fine di un matrimonio, un bambino da proteggere – per dar vita a un universo poetico potentissimo, in cui le parole germogliano come rami e foglie.

LAURA MARTINETTI & MANUELA PERUGINI | NIENT’ALTRO AL MONDO

Nient'altro al mondo

 

A volte la vita dà a due persone la stessa esperienza allo stesso tempo. Questo è quello che succede ad Alma e Maria, che scoprono entrambe di essere incinte negli stessi pochi mesi. Sono a diversi stadi della loro vita, ma improvvisamente le loro vite sembrano molto simili. Lo hanno sentito molte volte in passato. Erano compagne di scuola alle superiori, e da allora hanno condiviso molte esperienze, si sono confortate a vicenda quando erano infelici e hanno riso insieme alle stesse cose, anche se ora vivono distanti e hanno percorso strade diverse nella vita. Ora hanno entrambe sentito la notizia che cambia tutto, il tipo di notizie che si desiderano ardentemente ma che, quando lo senti, riempie di paura e allarme. Ma le loro esperienze si spostano presto in direzioni diverse: il sogno di Alma va avanti di mese in mese, mentre Maria termina una fredda giornata autunnale, lasciando un terribile senso di vuoto. Questo è il momento in cui la loro amicizia ha bisogno di mostrare la sua forza. Ognuno deve trovare spazio per l'altro, sopprimendo il proprio dolore o gioia. Perché il dolore e la gioia possono unirsi, cambiare posizione e sorprendere. Le persone possono essere fragili e forti allo stesso tempo. Alma e Maria scoprono quanto è difficile esprimere i propri sentimenti più profondi.
Ma non è così difficile se l'altra persona è qualcuno che può ascoltare, qualcuno che lo ha fatto per anni senza chiedere nulla in cambio. Qualcuno che ti fa sentire che nient'altro al mondo conta fuorché te.
Alma e Maria apprendono dall'esperienza che la maternità è un viaggio attraverso il mondo esterno, ma anche attraverso le loro vite interiori, qualunque sia il suo risultato finale, e quali ostacoli si presentano. Ci sono infiniti modi di essere madre, amica o donna.
Questo primo romanzo, scritto da due autrici, è sia abile che profondo. Riesce a tuffarsi fino all'origine delle emozioni, portandole in superficie e dando loro un nome. È una storia sulla maternità e l'amicizia, su cose non dette che si fanno chiaramente sentire, su scelte forzate che aprono strade inesplorate. È una storia in cui due donne guadagnano la forza per affrontare le incertezze del destino sapendo che stanno camminando mano nella mano.

Ilaria Macchia | Ho visto un uomo a pezzi

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Sette piccole esplosioni, sette pezzi della vita di una donna, sette racconti. La protagonista di queste storie si chiama Irene. Di lei sappiamo che si sente sempre nuda di fronte agli sguardi della gente, che ha un corpo che sembra perfetto ma se ne vergogna, gambe splendide sulle quali spesso barcolla, e una tendenza a scappare – di casa, dall’amore, da tutti i legami – ma poi, sempre, a tornare.
Questi racconti fotografano i momenti in cui la sua vita ha subìto uno strappo, in cui è accaduto qualcosa che ha determinato un’inversione di rotta: la volta che è andata al funerale di una sconosciuta, la volta che si è innamorata di un ragazzo che le è andato a sbattere addosso in un vicolo di Lecce, la volta che si è rifugiata con suo figlio in un armadio per nascondersi dai fantasmi, la volta che sua sorella l’ha battuta in una gara di nuoto, la volta che i suoi genitori le sono sembrati bambini, e le mille volte che è tornata da Piero, che ha occhi neri, mani perfette, una moglie, un figlio, ed è l’unico uomo che Irene non riesce a lasciare.
La prima prova letteraria di Ilaria Macchia è una costellazione di congegni narrativi esatti, che – legati tra loro da fili invisibili, spazi duttili che invitano a essere colmati con l’immaginazione – costruiscono il ritratto di una donna complessa: inquieta ma spaventatissima, pungente ma bellissima, come le meduse che danno il titolo all’ultimo racconto. E che, proprio come le meduse, nuota “in una direzione e nell’altra, senza sapere dove andare”: un personaggio capace di parlare a ognuno di noi. La materia prima di cui è fatta la sua storia è una scrittura essenziale, sfacciata, a tratti violenta, che esplora l’imprevisto nascosto nel quotidiano, ci disarma con leggere virate verso l’assurdo, si fa largo con prepotenza nel nostro animo e, guardandoci in faccia, sembra chiederci conto di chi siamo.

Pietrangelo Buttafuoco | I baci sono definitivi

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Ogni giorno, Pietrangelo Buttafuoco - col suo zaino da pendolare - entra in metropolitana, si ritrova tra le pagine di un incantesimo e ne fa cronaca. Ogni giorno affronta il viaggio sotterraneo e ne ricava una nota per il proprio quaderno. Incontri straordinari nell'ordinario levarsi dell'alba. Storie d'innamorati, struggenti malie, canzoni, dediche ed epiche vissute tra i sedili, i corrimani e le scale mobili delle linee nascoste nel sottosuolo. Reticoli che si dipanano poi nel groviglio seducente di transiti ferroviari, viaggi in automobile e passeggiate lungo strade di un mondo piacevolmente svelato agli occhi dell'immaginazione. Un esercizio di osservazione destinato al taccuino. Un canovaccio di messa in scena, che strappa la realtà alla quotidianità per svelare, nel godimento di un solo istante riflesso sui finestrini di un vagone, la verità della poesia.

Giosuè Calaciura | Borgo Vecchio

Borgo Vecchio

 

Nelle metropoli esistono spesso delle zone che sembrano concentrare in poche strade l’energia, il carattere, l’oscurità, la violenza e la bellezza della città intera, come fossero un condensato di vita, una versione raggrumata e forte dei sapori di ogni angolo e piazza. Questo è il quartiere di cui racconta Calaciura, una manciata di viuzze nel cuore di Palermo nelle quali si rispecchia e deforma ogni vizio e virtù, cuore e budella, miseria e ricchezza. Qui vivono Mimmo e Cristofaro, bambini e amici fraterni, Carmela e sua figlia Celeste, Totò il rapinatore e l’amico che lo tradirà, qui si allevano cavalli per le corse e si truccano le bilance delle salumerie, mentre i latrati del traghetto si confondono con i lamenti causati dai pugni di un padre ubriaco. Da un lato c’è il mare, col suo vento che scombina gli odori in vortici ballerini, portando fragranza di carne sin dentro le case di chi carne non mangia mai. Dall’altro c’è la piana distesa della città, coi suoi negozi, le signore benestanti, la legge e le guardie. Nei vicoli l’odore del pane sfornato due volte al giorno suscita un tale stupore che ciascuno si segna con la croce, magari mentre le forze dell’ordine prendono d’assedio il quartiere e ne presidiano gli accessi. Ma la città più grande non può soffocare le sue viscere, il suo cuore, perché lì si è posata la sua anima, lì si intravedono i miracoli e la meraviglia di ogni giorno, la fierezza e l’efferatezza dell’antico, del presente, la speranza del futuro.

Antonio Manzini | Orfani bianchi

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Tra la Moldavia e Roma, due mondi a confronto, un destino duro e crudele, la forza e la bellezza di chi sceglie di lottare, di non mollare. Dagli occhi di una straniera il ritratto di come siamo fatti, il sentimento della nostra epoca. L'interno di una buona famiglia borghese italiana... La tragedia di una madre lontana da suo figlio, qui in Italia ad aiutare per lavoro un'altra persona. Il distacco, la nuova famiglia, l'amore. L'incontro con la sofferenza, la voglia di vivere e le contraddizioni di una condizione comune a tante donne, mamme, famiglie.

Simonetta Agnello Hornby | Caffè Amaro

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Gli occhi grandi e profondi a forma di mandorla, il volto dai tratti regolari, i folti capelli castani: la bellezza di Maria è di quelle che gettano una malìa su chi vi posi lo sguardo, proprio come accade a Pietro Sala – che se ne innamora a prima vista e chiede la sua mano senza curarsi della dote – e, in maniera meno evidente, all’amico Giosuè, che è stato cresciuto dal padre di lei e che Maria considera una sorta di fratello maggiore. Maria ha solo quindici anni, Pietro trentaquattro; lui è un facoltoso bonvivant che ama i viaggi, il gioco d’azzardo e le donne; lei proviene da una famiglia socialista di grandi ideali ma di mezzi limitati. Eppure, il matrimonio con Pietro si rivela una scelta felice: fuori dalle mura familiari, Maria scopre un senso più ampio dell’esistenza, una libertà di vivere che coincide con una profonda percezione del diritto al piacere e a piacere. Attraverso l’eros, a cui Pietro la inizia con sapida naturalezza, arriva per lei la conoscenza di sé e dei propri desideri, nonché l’apertura al bello e a un personalissimo sentimento della giustizia. Durante una vacanza a Tripoli, complice il deserto, Maria scopre anche di cosa è fatto il rapporto che, fino ad allora oscuramente, l’ha legata a Giosuè. Comincia una rovente storia d’amore che copre più di vent’anni di incontri, di separazioni, di convegni clandestini in attesa di una nuova pace.
Dai Fasci siciliani all’ascesa del fascismo, dalle leggi razziali alla Seconda guerra mondiale e agli spaventosi bombardamenti che sventrano Palermo, Simonetta Agnello Hornby insegue la sua protagonista, facendo della sua storia e delle sue scelte non convenzionali la storia di un segmento decisivo della Sicilia e dell’Italia.

Ugo Cornia | Buchi

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Aprire un cassetto, una scatolina rossa, una bella cassapanca coi piedi di leone, un’angoliera – tutti oggetti che stavano nella vecchia casa di famiglia – e trovarci dentro “un richiamo come all’indietro”. Un richiamo a un passato ricevuto in eredità ma di cui il cinquantenne Ugo ha solo pochi ricordi: la casa di Guzzano, un tempo piena di vita ma già vuota dopo la sua nascita, già solamente casa di vacanze, e poi la zia Bruna, la zia Maria, la zia Fila, il nonno, lo zio Renato, lo zio Arrigo…
Di fronte a questo vuoto, a questo buco impossibile da riempire ma che è ormai necessario attraversare, Ugo non può che inventarsi il proprio modo per creare “un piccolo centro d’ordine in mezzo alle forze del caos”. E il modo che si inventa è raccontare. Allora ecco che dal passato sorgono frammenti, piccole avventure, le corse in macchina con il nonno, l’aia di notte, il favo dei calabroni nel sottotetto, l’amore alla falsa diga del Limentra, visi in penombra, frasi che ritornano, che non si è mai finito, sembra ieri, forza e coraggio. Ma soprattutto emozioni, piccole angosce, malinconie, un po’ di sollievo. Sennonché chi racconta ha l’abitudine di evitare, di scantonare, di “slaterare”, perciò alle emozioni sigillate dentro a quei cassetti antichi arriva piano e slaterando, appunto, parlando di chi ha conosciuto appena per arrivare infine alla perdita dei genitori: allo smantellamento degli affetti più cari. “E altri smantellamenti ci saranno ancora, nell’universale e continuo smantellamento di tutte le cose.”
Con una comicità intrisa di nostalgia, Ugo Cornia affronta il “mistero grande delle emozioni” attraverso un romanzo nutrito di scarti spiazzanti e docili riprese, restituendoci le contraddizioni e le seducenti insensatezze del nostro mondo interiore.

Leonardo Colombati | Estate

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Jacopo D'Alverno è un quarantenne indeciso a tutto, che gestisce pigramente il vecchio albergo di famiglia senza voler prendere atto che certi fasti appartengono a un'altra epoca; fino al giorno in cui assiste impotente all'incendio che decreta la chiusura dell'hotel e lo costringe a fare i conti con se stesso. Abbandonato da moglie e figlia, vessato dalla compagnia di assicurazione, aggredito dai creditori, Jacopo affronta la sua débacle esistenziale con l'aiuto di due improbabili compagni d'avventura: il suo molesto e irresistibile avvocato, anche lui neoscapolo costantemente in bilico tra euforia e disperazione; e Astrid, giornalista freelance e antica fiamma di gioventù che Jacopo accompagna controvoglia in Norvegia per seguire il processo a Anders Breivik. Senza parlare di altre tre figure femminili della famiglia D'Alverno, ognuna importantissima per Jacopo: una sorella anticonformista, una madre che si ostina a vivere tumulata nell'albergo chiuso e in rovina, e il ricordo angosciante di una cugina scomparsa negli spensierati anni dell'infanzia.

SIMONE LENZI – IN ESILIO

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Ogni famiglia ha un quarto di sangue oscuro, si tramanda di generazione in generazione. Chi pure abbia trovato pace e serenità deve sapere che il quarto di sangue oscuro gli scorre nelle vene e basta poco perché torni a reclamare il diritto ereditario sulla sorte di ogni uomo. Ne è convinto il protagonista di questa storia, un cinquantenne livornese che, con la moglie, decide di ritirarsi in campagna per stare lontano da una società in cui non si ritrova più. D’altronde, quando ripercorre la vita dei suoi parenti favolosamente eccentrici, come il Cugino L., in piedi dietro al bancone del bar dalle sei del mattino fino a mezzanotte, a servire clienti con i quali non ha mai scambiato una parola perché “non aveva niente da dire”, o il Cugino S., fuggito dal seminario per chiudersi in una stanza senza cibo né alcun tipo di conforto, ne è certo: la stranezza attraversa i rami dell’albero genealogico della sua famiglia. Non c’è da stupirsi, quindi, che a lui sia riservata la fine che sta facendo, in esilio, lontano da tutti. Simone Lenzi ci conduce nelle stanze intime della memoria, dove si celano i segreti dell’esistenza. Abile ritrattista di tipi umani, con colori accesi e sfumature intense scava nella quotidianità di tre generazioni, scardinando i paradigmi della letteratura contemporanea.